Benvenuto!

In qualsiasi modo tu sia arrivato a questo sito, sei il benvenuto.
Questo blog parlerà un pò di tutto quello che di utile e di interessante
mi passerà dalla testa in qualsiasi momento, ma sopratutto della mia passione  ”la  Pnl” e argomenti correlati. Mi farà piacere se vorrai
condividere con me il tuo punto di vista sugli argomenti trattati.

Ti ringrazio

Gianluca

Wind of change anche per il sito…

Nell’ottica che il cambiamento vada vissuto con un atteggiamento di apertura,
anche il sito avrà dei cambiamenti sostanziali, il primo cambiamento sarà
il dominio. 

Il caro Jeffrey Gitomer il quale, in ambito business, sa il fatto suo afferma:
“fai del tuo nome un marchio personale” ed usalo per tutto ciò che fai.

Il nuovo dominio sarà: www.gianlucadeltito.it  che ho già registrato,
sto asoltanto litigando ancora un pò con joomla, il programma open source
con il quale sto creando il sito, ho l’aiuto del mio amico Claudio che è
esperto nel settore, il quale ha anche delle novità in mente per quanto
riguarda il logo e la grafica; vi posso assicurare che come lavora Claudio ce
ne sono pochi in ambito web e design.

Conto quindi che presto il tutto sarà operativo e sostituirà questo indirizzo,
il quale verrà cancellato al momento in cui sarò completamente a regime con l’altro.

Visto che abbiamo menzionato Gitomer vi voglio lasciare uno spunto tratto dal libro:
“Il libretto rosso del grande venditore” riguardo alla promozione personale:

La promozione personale è:

- Creare una richiesta per il tuo prodotto o servizio.
- Fare in modo che la comunità del business abbia fiducia in te.
- Affermarsi come esperto
- Essere visto e riconosciuto come leader
- Farsi conoscere come innovatore
- Separare te stesso dalla concorrenza
- Acquistare una statura professionale
- Costruire la propria immagine
- Arriva ovunque grazie al tuo branding e marketing a 360°
- Registra il tuo nome .com o .it (nazione)
- Sii disposto a dare il meglio di te prima di tutto
- Dedica il tuo tempo perchè ciò accada
- Fatti aiutare dagli altri
- Metti un tocco creativo in tutto ciò che fai
- Diventa una risorsa
- Fatti conoscere come una persona di azione
- Divertiti nel farlo
- Ignora gli idioti e i fanatici

Buon lavoro e buona crescita personale.

Il reale valore delle aziende…..

Dedicato a chi non ha ancora fatto proprio il concetto
che il valore reale delle aziende sono le relazioni e le risorse umane….

“Il reale valore nel terzo millennio
delle aziende e dei manager che le dirigono,
non sarà il fatturato che essi producono,
bensì il numero e la qualità
delle relazioni da essi instaurati
con i propri target interlocutori e di riferimento
interni ed esterni”

Jeremy Rifkin

Presidente di The Foundation on Economic Trends
Washington D.C.
(guru mondiale della futurologia economica)

Wind of change

In questi giorni, possiamo dire che abbiamo assistito ad uno dei cambiamenti
tra i più importanti della storia politica mondiale, un cambiamento avvenuto in
un paese occidentale, che molto ci somiglia e che spesso ci ha preceduto su tante
cose, gli Stati Uniti d’America.

L’ elezione a Presidente degli Stati Uniti di un uomo di “umili origini” figlio di padre
Kenyano e madre del Kansas, ha emozionato e fatto gioire milioni di persone
in tutto il mondo, ha dato di nuovo speranza, molti hanno provato un sentimento
di forte rivalsa nei confronti delle loro origini e condizioni sociali, altri ancora
confidano già in una ripresa economica mondiale, insomma un bel cambiamento,
senza ombra di dubbio necessario per come le cose si stavano mettendo negli states.

Le parole “Wind of change” mi ricordano d’impatto anche un brano musicale del
gruppo rock degli Scorpions ed un altro grande cambiamento nella storia  dell’uomo
collegato a quel brano,  la caduta  del muro di Berlino nel  1989,  fatto anche quello che
ha dato tanta speranza a buona  parte degli abitanti dell’Europa dell’est di quegli anni.

All’epoca, io ragazzo di vent’anni, giravo con la moto, giubbotto di pelle e maglietta nera
a maniche corte anche in inverno sotto il giubbotto, capello lungo, ascoltavo solo musica rock, suonavo la chitarra elettrica collegata ad un amplificatore scassato nella mia cameretta rompendo le p…. a tutto il vicinato e infischiandomene di tutto e tutti.

Questa mia riflessione è partita dal come il mondo cambia e da come vi cambiano
tante cose, poi mi è venuto in mente anche quanti cambiamenti ci sono stati in me
in questi anni, quanto sono cambiato come persona, le mie abitudini, chi frequento,
le cose che faccio ogni giorno, il mio modo di interpretare ciò che mi accade, il lavoro
etc etc etc. In generale questi cambiamenti mi hanno portato a ciò che sono adesso
e ad essere molto più soddisfatto.

Il cambiamento è parte di noi, ho pensato….anche fisicamente dopo qualche anno
le nostre cellule si sono rinnovate completamente, quindi non siamo più “i noi” 
di qualche anno prima, neppure a livello fisico. Il cambiamento è immutabile….
il cambiamento stesso probabilemente è l’unica cosa che non cambierà mai,
mi sono detto.

Eppure come viviamo di solito i cambiamenti? Li viviamo e gli accogliamo bene?
Quando vi dicano che vi saranno grossi cambiamenti, qual’è il vostro primo pensiero?
E come vi sentite voi in quei momenti?

Alla maggior parte di noi i cambiamenti e in particolare, quelli decisi dagli altri,
piacciono molto poco,  in quella circostanza, spesso, siamo più contenti
di rimanere in una spiacevole situazione purchè conosciuta,  piuttosto di imboccare
un’altra strada; o che qualcuno ha deciso per noi, oppure che ci porta a fare qualcosa
di diverso rispetto a ciò che siamo abituati a fare,  anche là dove quel qualcosa ci
avrebbe portato notevoli vantaggi.

Siamo di default abituati ad associare al cambiamento qualcosa di negativo,
ma chi lo ha detto che non si possano associare automaticamente cose positive?
La parola miglioramento non è peraltro un processo legato a qualcosa che cambia
o sta cambiando?

Il nostro cervello è un grande registratore e il subconscio lo aiuta a farci fare
associazioni emotive alle situazioni in automatico, in molti casi queste associazioni
ci preservano, (istinto di sopravvivenza) in altri casi ci aiutano meno, là dove ci
impediscano di andare verso quelle cose che dovremmo fare e che per noi, in quel
momento, sarebbero utili fare ma che non stiamo facendo.

Per fare un esempio, sul come si è generato questo processo, c’è un episodio che ci
accomuna e che è associato al cambiamento, dove il nostro cervello ha detto:
Cambiamento? No grazie.

Quel giorno eravamo comodamente sistemati nella pancia della mamma, eravamo
nutriti, comodi, al caldo, i suoni dall’esterno ci arrivavano attenuati, ma quel giorno
a differenza di quelli precedenti ci siamo ritrovati, senza alcun avviso, fuori da questa
piacevole condizione.
Ad un tratto abbiamo iniziato a sentire freddo, ci è arrivato uno sculaccione sul sedere
come stimolo al fatto che dovevamo iniziare a respirare e ad usare i nostri polmoni, 
poi ci hanno prelevato del sangue forandoci il tallone con un ago, il cibo non arrivava
più in automatico: e che cavolo!!

E c’era pure un gran frastuono intorno a noi. Abbiamo scoperto sicuramente anche
che eravamo capaci di provare delle nuove emozioni quel giorno, sicuramente ci
siamo incaz…ti di brutto per la prima volta.
Che cosa avrà registrato il nostro cervello quel giorno passandolo al suo amico
subconscio?  Cambiamento = Non è una cosa buona per me, grazie!!

Ma è possibile invece attuare un cambiamento senza che il nostro subconscio ci
giochi questo scherzetto?
In effetti si potrebbe essere stimolati molto dal raggiungere una nuova situazione
o condizione di vita più buona per noi, dell’attuale,  magari proprio quello stimolo
ci spinge nel fare azioni che di solito siamo un pò restii a fare, che ci rimangano “difficili”.
Per alcuni di noi funziona, per altri, per la maggior parte, continua a funzionare lo
scappare dal potenziale dolore che si ha, dal rimanere in quella situazione, associando
molte più cose negative al fatto di non attuare quel cambiamento piuttosto che al fatto di rimanere come si è.

Quindi, dobbiamo per forza trovarsi nella cacca più nera per decidersi a fare una mossa
verso un’altra direzione?
Questa è una riflessione che vi regalo, ponete questa domanda a voi stessi, ripensate
però anche a quando avete deciso di agire ed avete ottenuto da quel cambiamento un
risultato migliore per voi.
Cosa pensavate in quella occasione, cosa vi dicevate, quali erano le sensazioni che avete
provato e soprattutto vi eravate presi la responsabilità rispetto a quel risultato o
continuavate a responsabilizzare l’esterno, di ciò che vi stava accadendo?

Buona riflessione.

Qual’è la vostra personale idea di successo?

La società in cui viviamo come tendenza, ha da sempre creato modelli
o riferimenti per quanto riguarda il successo e per le persone che lo
hanno ottenuto.
Questi modelli sono stati spesso troppo stereotipati, a volte, possano
averci fatto perdere di vista quella che è la nostra personale idea,
dell’avere successo, o di essere una persona che ha realizzato la propria
aspettativa di vita.

Magari alcune persone che ai nostri occhi appaiano come persone “arrivate”
in realtà, loro stesse, non si sentano abbastanza realizzate, come anche può
succedere, che qualcuno apparentemente conduca una vita molto lontana da
quella che è l’idea comune di successo, e invece si senta di essere riuscito
completamente nell’idea che avevano di affermazione personale.

Ciò accade perchè ognuno di noi giudica in base alle proprie convinzioni ai
propri valori e alle proprie regole, attribuendo un significato piuttosto che un
altro a ciò che vive ed a ciò che significa, in questo caso, avere successo,
essersi nella vita realizzati. Per questo che per alcuni l’avere successo può
significare essere una brava madre o padre, altri invece lo collegano
ad essere un grande imprenditore e al guadagnare molti soldi, oppure ad
essere uno sportivo famoso, per altri ancora significa poter costruire
qualcosa che possa migliorare la vita delle altre persone.

Ognuno è giusto che colleghi questo termine a ciò che più lo soddisfa,
se ciò ovviamente lo fa essere sopratutto felice, poichè non c’è di
peggio a mio avviso,  che realizzare grandi cose capaci di portare oltre
che il raggiungimento di un obiettivo anche scompensi in altre aree
importanti della vita.

Mi sono creato un piccolo decalogo sul successo che forse potrà esservi
d’aiuto, certo ha un difetto se vogliamo, dev’essere applicato con costanza,
seguitelo e applicatelo soltanto alle cose a cui tenete di più: 

Il Primo Segreto del Successo è l’Atteggiamento Mentale
Cosa significa? Detto molto semplicemente, significa che la maggior parte
delle volte il successo inizia PRIMA nella mente delle persone e poi come
risultato nel mondo reale.
Devi credere nelle tue capacità di ottenerlo. Agire e pensare come se quella
cosa che vogliamo sia già presente nella nostra vita, sembra banale ma ciò
permette a noi stessi di aumentare la fiducia nell’ottenere ciò che desideriamo.
Qualsiasi grande cosa che l’uomo è riuscito a fare prima è nata nella sua
mente, poi è divenuta realtà.

Il Secondo Segreto del Successo è Il saper definire bene i propri obiettivi
Questo, a mio avviso, è uno dei punti fondamentali.
Hai mai provato ad andare in un posto in cui non eri mai stato? 
Magari in una grande città, senza avere nessuna idea dell’indirizzo
specifico che dovevi raggiungere?
Molte persone organizzano la propria carriera, i propri affetti, la propria
vita o anche la propria giornata senza sapere esattamente cosa vogliono
ottenere di preciso!
Come fai a sapere se un obiettivo che ti sei posto è veramente “TUO”
ed è per te e/o per le persone che ami ecologico, ovvero buono per te,
buono per gli altri, quindi buono in assoluto?
Molte persone, infatti, passano un’intera vita a desiderare di avere
“qualcosa” per poi scoprire, quando lo hanno raggiunto, che non fa
per loro. Magari ci hanno investito denaro, tempo ed energie, tutto ciò
non ha senso! Fatti aiutare da un personal Coach, frequenta corsi di
sviluppo personale o leggi libri specializzati che ti possano aiutare a
tracciare bene la tua rotta, è fondamentale!!
(ti può essere di aiuto: Leader di Te Stesso di Roberto Re).

Il Terzo Segreto è agire e imparare a gestire bene il tempo
E’ strano come confondiamo spesso ciò che è urgente con ciò che è
importante, o come spesso ci dedichiamo a cose futili, che in quel
momento però, ci creano meno disagio di quelle che dovremmo fare,
 con il risultato di un allontanamento temporale dai nostri obiettivi.
Anche qua, imparare a gestire la propria mente in modo da fare la cosa
“giusta per noi” in ogni momento per arrivare a realizzare quello che ci
siamo ripromessi di fare.
Fondamentale è la componente emotiva sulla gestione del tempo poichè
spesso è sottovalutata, ma provate a pensare a quanto lungo sia un quarto
d’ora sulla sedia del dentista ed invece quanto sia breve nel momento in cui
siamo impegnati in qualcosa di particolarmente piacevole per noi, e alcuni
dei miei amici hanno capito a cosa mi riferisco….. 

Il Quarto Segreto è sviluppa una leadership positiva
Sembra strano, ma non è una caratteristica comune. Spesso accade che
più la gente arriva in alto, più sviluppa un cinismo irreversibile.
Ma un atteggiamento positivo rende il successo più raggiungibile e più
divertente.
Quanto è positivo il tuo atteggiamento? Chiediti che tipo di riferimento
voglio diventare per gli altri?
Il Leader possiede convinzioni di successo, crede in se stesso e credere
nella riuscita ciò gli permette di avere l’energia giusta per portare a
compimento la propria impresa.
Il leader di un gruppo guida con l’ esempio piuttosto che imporre con il
potere conferitogli da una carica.
Sa motivare la propria squadra a raggiungere gli obiettivi prefissati,
promuove la crescita dei membri del gruppo, valorizzando le potenzialità
di ciascuno.
Non rifugge dai conflitti, ma li sa gestire in modo da trarne insegnamenti
positivi per tutti.

Il Quinto Segreto è aumentare l’efficacia della propria comunicazione
Imparare a comunicare in modo efficace, è una esigenza fondamentale
per tutti, soprattutto per chi vuole realizzare i propri sogni ed obiettivi.
Eppure tutti noi commettiamo frequentemente un errore gravissimo.
Troppo spesso ci dimentichiamo che le parole non bastano, che nella
comunicazione non c’è solo il “contenuto” ma anche un processo da dover
imparare a gestire.
Insomma…. non basta il “cosa”, è anche necessario padroneggiare il “come”!
La comunicazione interpersonale è fatta di moltissimi aspetti “sottili” che derivano
dalla pratica e dall’esercizio. E’ paradossale ma, le persone piu’ colte, hanno spesso
maggiori difficoltà relazionali di quelle persone che, magari, fanno fatica a parlare
in italiano! Come ti comporteresti se sapessi comunicare sempre al meglio, in ogni
situazione? Cosa potrebbe cambiare nella tua vita?
Nelle tue relazioni personali o lavorative?

Il Sesto segreto è ignora gli idioti ed i fanatici
Quando queste persone vedranno che avete alzato i vostri standard,
tenteranno di guastarti la festa (o di scoraggiarvi) perché non hanno una
festa tutta per loro.
Magari pensano che non potranno mai avere la vostra costanza o capacità e
che non sono all’altezza di raggiungere i risultati che voi vi siete prefissati.
Evita di farti condizionare da queste persone assolutamente!
Gli riconosci bene poichè sono quelle persone che tipicamente parlano
tanto e agiscano poco.

Le due citazioni che ho scelto, personalmente sono una più bella dell’altra,
la prima è di Ralph Waldo Emerson  scrittore, saggista e filosofo statunitense.
La seconda è di Larry S. Chengges anch’egli scrittore filosofo e poeta.

Il Successo

Il successo è ridere spesso e di gusto, ottenere il rispetto di persone intelligenti
e l’affetto dei bambini, prestare orecchio alle lodi di critici sinceri e sopportare i
tradimenti di falsi amici, apprezzare la bellezza, scorgere negli altri gli aspetti
positivi, lasciare il mondo un pochino migliore, si tratti di un bambino guarito,
di un’aiuola o del riscatto da una condizione sociale, sapere che anche una sola
esistenza è stata più lieta per il fatto che tu sei esistito.
Ecco, questo è avere successo.

 Ralph Waldo Emerson

 

Successo

“Successo è fare il meglio che puoi, in tutti i modi che puoi.
E’ essere giusti onesti e veri, non in poche cose ma in tutto ciò che fai.
Guardare sempre avanti e mai guardare indietro, credere che puoi trasformare
tutti i tuoi sogni in realtà.
Credere sempre nel meglio che puoi essere e avere fiducia nelle cose che fai.
Dimenticare gli errori che hai fatto ieri, la lezione che hai imparato avrà valore
per oggi.
Mai alzarsi e pensare che non hai sbocchi, perchè c’e’ sempre un domani ed
un’opportunità nuova di zecca.
E’ nel sognare i piu’ grandi sogni e nel puntare ai piu’ alti obiettivi che noi
creiamo i domani più luminosi.
Non c’è limite alle mete che puoi raggiungere, o ai successi che puoi ottenere:
le tue possibilità sono senza fine come i tuoi sogni.
Qualsiasi cosa tu cerchi nella vita, qualsiasi siano i tuoi sogni e ciò che speri di
ottenere, qualsiasi cosa provi a raggiungere, qualsiasi cosa pianifichi, tutto puo’
essere tuo, se solo credi di potere!”

Larry S. Chengges

I principi fondamentali della comunicazione (1°parte)

I postulati o principi della comunicazione rappresentano la base della comunicazione, senza i quali non è possibile capire alcun altro concetto riguardante la Comunicazione.
Furono formulati dalla cosiddetta Scuola di Palo Alto (Paul Watzlawick, Don D. Jackson, Janet Helmick Beavin e Gregory Bateson) negli anni ‘60.Vediamoli in ordine:

1. Si comunica sempre

Per quanto tu possa sforzarti di non voler comunicare non farai altro che comunicare che non vuoi comunicare. Sarà capitato anche a te di non voler parlare con nessuno. Di solito la prima cosa che gli altri ti dicono quando si accorgono del tuo silenzio è: che cos’hai? come mai non parli?
Ecco, anche quando taci comunichi lo stesso qualcosa a qualcuno: malessere, indisponenza, tristezza o semplicemente voglia di stare in silenzio.
Pensiamo ad un litigio con il partner. Sappiamo quante cose che non sono state espresse verbalmente contenga quel silenzio e quanto ciò renda l’atmosfera pesante.
Facciamo un ultimo esempio, molto vicino alla realtà dei nostri giorni: quali e quanti tipi di reazione può sucitare in chi lo riceve il messaggio automatico di un cellulare non raggiungibile?
Ciò nonostante dovrebbe essere semplicemente un segnale di impossibilità del possessore del telefono a comunicare.
Perfino la nostra assenza ad un evento per alcuni può comunicare qualcosa agli altri, poichè può essere interpretata in molti modi.

2. Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione

Questo è più difficile a dirsi che ad assimilarsi.
Prova a pensare in quanti modi puoi dire a qualcuno cosa ti è successo durante il giorno.
Potresti esordire con entusiasmo: Lo sai cosa è successo oggi?!!!
Oppure con tristezza: Non sai mica cosa è successo oggi?!!!
In maniera fredda: Scusa, sai cosa è successo oggi?
In maniera arrabbiata e urlando: Sai cosa è successo oggi?!!!
Insomma, come vedi ci sono tantissimi modi di informare qualcuno di ciò che è avvenuto durante il giorno.
Il modo che scegliamo di usare di volta in volta è determinato dalla relazione che ci lega al nostro interlocutore e alla circostanza:
se è un nostro amico saremo meno informali che con un estraneo o se ci rivolgiamo ad un conoscente gli daremo del tu piuttosto che del lei e così via.
Il secondo postulato, dunque, ci dice che se vogliamo capire che tipo di comunicazione sta avvenendo tra due interlocutori dobbiamo fare attenzione sia a ciò che si dice (cosa è successo oggi?) sia a come lo si dice (in modo formale, informale, arrabbiato ecc.), ovvero ciò che va oltre cio’ che si dice e per questo si chiama meta-comunicazione (oltre la comunicazione)

3. Il flusso comunicativo viene interpretato secondo una punteggiatura degli eventi.

Ti è mai capitato di fare i complimenti a qualcuno e questi crede di essere stato preso in giro?
E tu continui dicendo che è vero ma l’altro si arrabbia e ti manda a quel paese?
Bene. E’ solo uno dei tanti casi in cui non c’è sincronia di punteggiatura: per giudicare un comportamento, una frase, un espressione,infatti, ognuno di noi parte da una certa sequenza di fatti che è necessariamente diversa da quella del proprio interlocutore.

Un tipico esempio a tal proposito è il seguente:

Lui Dice: Sai cara, ho parlato con Antonella in ufficio stamattina
Lei Pensa: quella schifosa!
Lei Dice: Ah, è quella ragazza molto carina che mi hai presentato alla festa del tuo amico, che cosa dice di bello?
Lui Pensa: ecco, le piace! Non ci saranno problemi.
Lui Dice: Be’ mi ha invitato a cena a casa sua per domani sera insieme agli altri colleghi
Lei Pensa: si permette pure pure di invitarlo a cena, questa stronza!
Lei Dice: Caro, domani sera avremo i miei qui a cena, non ricordi?
Lui Pensa: non li sopporto i suoi genitori!
Lui Dice: non mi avevi detto che venivano i tuoi a cena!
Lei Pensa: te la do io la cena con Antonella!
Lei Dice: Be’, ora lo sai: sono mesi che non invitavamo i miei a cena e non la disdico per la tua serata tra colleghi, ci saranno altre occasioni.
Lui Pensa: Maledizione! Non la reggo una serata con i suoi!
Lui Dice: Ma è una cena importante, ci sarà anche il direttore e tutti i colleghi!
Lei Pensa: Me ne frego della tua cena, tu quella non la vedi!
Lei Dice: Tu te ne freghi dei miei affetti! Sono mesi che non vedo i miei genitori, non li hai mai potuti sopportare, sei uno stronzo…..

Insomma, Capito?

Lui, partendo dall’invito della collega, voleva solo fare una cena con gli amici; Lei, partendo dalla sensazione di gelosia che aveva provato la sera della festa dell’amico verso quella donna, cerca in tutti i modi di impedire al compagno di andare a quella cena.

In questo modo la comunicazione è completamente distorta ed ognuno dei due parla a vuoto.
Esercitati a scoprire nei tuoi dialoghi quotidiani la presenza di queste distorsioni.
Prova anche a porre attenzione nella tua vita quotidiana a questi concetti:
cerca di indovinare quale relazione c’è tra le persone secondo il modo in cui dialogano;
oppure prova a fare silenzio in diverse occasioni e poni attenzione a quel che succede.

continua….

Principi fondamentali della comunicazione (2°parte)

Abbiamo visto nell’ultimo esempio del precedente articolo sulla comunicazione, come sia importante non tanto ciò che parte quanto ciò che arriva, ma di chi è la responsabilità di far passare un messaggio che sia in sintonia con chi lo riceve?
Vediamolo:

4.La responsabilità della comunicazione è in primis di chi comunica.

Quando comunichiamo con gli altri, può capitare di accorgersi, che il nostro interlocutore ha frainteso o ha mal interpretato quanto stavamo dicendo, la cosa più normale di questo mondo è pensare che è lui che non ha capito, o che non ci vuole proprio ascoltare o capire.
Ma pensiamo un attimo….se io sto esponendo un concetto, ad esempio, ad una platea di 100 persone e quel concetto viene acquisito da sole 5 di queste 100 persone, in quel caso, secondo voi, sono io che l’ho esposto in maniera poco chiara o sono le 95 persone che non hanno colto il senso di quanto ho detto ad essere in difetto rispetto al mio modo di comunicare e di esporre?
La prima volta che mi è capitato di aver a che fare con questo concetto, mi trovavo ad un corso di comunicazione efficace e immediatamente alzai la mano, al momento che il trainer mi dette la parola esordii con:” Lei ha ragione, ma vede ci sono anche persone che sono veramente dure come il muro!!”
Il trainer, dopo essersi fatto una ricca risata, mi rispose:”E’ vero, in qualche caso non ci sono proprio speranze….ma nell’altro 99% dei casi è nostra responsabilità fare e trovare il modo per far arrivare il messaggio al nostro interlocutore in maniera corretta”.
Quindi in primis è nostra responsabilità fare in modo che il nostro interlocutore ci comprenda ed anche chi ci sta ascoltando, ovviamente, deve fare in maniera da non impedirci che il messaggio arrivi nel migliore dei modi.
L’errore che viene commesso più di frequente, quando qualcuno non comprende quanto gli diciamo è quello di ripetergli la cosa nella stessa identica maniera, magari alzando il tono della voce, ed è il modo meno funzionale possibile.
Ovviamente questo è un punto soltanto, che riguarda le basi della comunicazione efficace, ma è uno dei più importanti, provate a chiedervi da 0 a 10 quanto vi ritenete responsabili di come avete passato il messaggio, quando avete delle incomprensioni con le persone alle quali vi interessa farvi comprendere. 

5.La mappa non è il territorio.

L’espressione “La Mappa non è il territorio” sottolineata dal filosofo Alfred Korzybski identifica il fatto che tutte le persone sono diverse tra loro, sia da un punto di vista fisiologico sia dal punto di vista delle elaborazioni mentali, che li portano ad assumere comportamenti diversi di fronte alla stessa situazione, ciò fa si che esista un’interpretazione soggettiva della realtà oggettiva, con tutto quello che ne cosnsegue sul modo di interpretare i fatti ed esporli agli altri. 

 Le informazioni provenienti dall’esterno e dall’interno sono ricevute attraverso i 5 sensi, organizzate e elaborate dal sistema nervoso, le esperienze che viviamo le rappresentiamo attraverso il canale cinestesico (gusto, tatto, olfatto), quello visivo e quello auditivo.
Ognuno di noi utilizza i cinque sensi con modalità diverse, producendo effetti diversi nella percezione del mondo esterno e nella costruzione della propria mappa o rappresentazione interna del mondo.
Il percorso ottimale per gestire le nostre mappe di pensiero è di integrarle con altre mappe di pensiero, diverse dalle nostre, unico modo per ampliare la mappa stessa e coprire il più possibile il tanto impercettibile territorio. (vedi Sistemi Rappresentazionali)
Un po’ come togliere i paraocchi ad un cavallo!
Sarebbe quindi un errore confondere il modello con la realtà, perchè ciò che per me è interpretato in un modo non è detto che lo sia interpretato nello stesso modo dalle persone a cui mi rivolgo.

 Un brano di Daniel Goleman esemplificherà il concetto:

“Una piccola funicolare sale oscillando vertiginosamente sopra i ripidi burroni che portano a un picco degli Alti Tatra in Polonia. All’interno, stretti come sardine, una dozzina di persone, compreso un viaggiatore che descrive le diverse reazioni.
Per le vecchie nonne polacche con le babushka calate sulla testa è la solita seccatura del fine settimana. Per i tre o quattro bambini è la grande avventura. Mia moglie che trema persino per la corsa in tram fino a Roosvelt Island, a New York, si sente vicino all’arresto cardiaco. Al conducente tutto è cosi familiare che non vi presta nemmeno attenzione: siede vicino a un finestrino spaventosamente aperto sul vuoto e legge il giornale.
Gli avvenimenti sono creati da chi li vive. Quello che delizia un bambino annoia il conducente; ciò che per una nonna è una seccatura fa scattare in qualcun altro il terrore. Il modo in cui si costruiscono gli avvenimenti determina se saranno fonte di stress oppure no….”

Possiamo comprendere da questo brano che ogni evento è di per sé neutrale, siamo noi a “proiettarci” sopra un’emozione ed un significato diversi per ognuno di noi. Il tipo di emozione e significato che noi attribuiamo ai vari eventi dipende dalla nostra “Mappa del Mondo”.
Essa prende forma con l’esperienza.

Concludendo possiamo affermare che il significato della comunicazione è nella risposta che se ne ottiene.

Gelotologia

La gelotologia, è la scienza che studia ed applica la risata e le emozioni positive in funzione di prevenzione, riabilitazione e formazione e per quanto non si lasci facilmente vestire di pomposità accademica, ha ridotto la necessità di consumare antidepressivi e ha dato risultati in vari campi medici.

Oggi, sempre più spesso si sente parlare di comicoterapia, “terapia della risata” ,questo tipo di approccio curativo si va in effetti diffondendo lentamente in tutto il mondo a partire dalla sua nascita, negli anni Ottanta del Novecento a New York.

L’operatore professionale della gelotologia è il Clown Dottore, fu infatti negli Stati Uniti che apparvero i primi dottori-clown, in conseguenza soprattutto di due esperienze dirette pilota che diedero notorietà e basi scientifiche a questa terapia; grande merito lo dobbiamo al dott. Hunter “Patch” Adams, laureatosi in medicina nel 1973 all’università della Virginia George Washington.

Secondo Adams, il vero scopo del medico non è curare le malattie, ma prendersi cura del malato. Tale concezione stravolge alcuni dei concetti cardine della medicina occidentale moderna, rendendo Patch Adams un personaggio rivoluzionario e scomodo che si contrappone in maniera forte alla medicina delle case farmaceutiche.

Un’altra vicenda collegata alla gelotologia è l’odissea terapeutica del giornalista Norman Cousins, resa pubblica grazie a un suo libro-testimonianza, che stimolò notevolmente le ricerche nel campo della psiconeuroendocrinoimmunologia. Cousins, ammalatosi di spondilite anchilosante(infiammazione cronica alla colonna vertebrale), con una prospettiva di vita piuttosto scarsa, ottenne in un solo anno una guarigione considerata impossibile grazie a forti “dosi” quotidiane di film comici e consistenti quantità di vitamina C.

Norman Cousins in seguito a questa guarigione, fu investito della laurea honoris causa, ed ebbe così quel riconoscimento scientifico che fu la base di ulteriori ricerche in ambito terapeutico.

I risultati delle esperienze ospedaliere di comicoterapia sono stati sin dall’inizio molto incoraggianti. Una ricerca condotta all’interno del New York Presbiterian Hospital ha comprovato una diminuzione della degenza ospedaliera di circa la metà e un calo dell’uso di anestetici del 20%. Ma allora ridendo che cosa accade all’organismo ?

Secondo il dott. Franco Scirpo, esperto di terapia della risata, ridere provoca:

1) l’aumento dell’ossigenazione del sangue;
2) il ricambio della riserva d’aria presente nei polmoni;
3) la stimolazione della produzione di serotonina;
4) la stimolazione della produzione di endorfine;
5) la stimolazione della produzione di anticorpi;
6) l’aumento dell’irrorazione sanguigna degli organi interni (grazie al massaggio prodotto dai movimenti diaframmatici);
7) l’aumento dell’irrorazione sanguigna dell’epidermide e dei muscoli facciali;
8 ) il miglioramento del tono muscolare addominale;
9) il miglioramento dell’autostima;
10) l’aumento delle “energie psichiche”;
11) la neutralizzazione degli effetti dello stress;
12) la neutralizzazione degli effetti dell’ansia;
13) lo sviluppo di una maggiore predisposizione ai rapporti sociali.

È importante sottolineare il punto 3. Infatti, una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica “Nature Genetics” e condotta nel North Carolina, ha confermato che gioia e rabbia, memoria e capacità di comprensione sono strettamente correlati ad alcuni neurotrasmettitori come la dopamina e la serotonina. Questi, a loro volta, sono in un certo senso in relazione con la durata stessa della vita media, secondo la loro maggiore o minore presenza e funzionalità.

La risata ha quindi un potere protettivo e rinforzante del sistema immunitario, riduce l’ansia e provoca la secrezione di beta-endorfine e catecolamine che sono analgesici naturali apportatori di sensazioni di benessere. Questo è stato comprovato anche da una ricerca condotta nel nostro paese e precisamente con clown di corsia negli Ospedali di Santa Chiara a Pisa, dalla dott.ssa Laura Giordani. La dott.ssa Giordani è andata proprio alla ricerca di una conferma di questa ipotesi scientifica e ne ha trovato un puntuale riscontro con la misurazione dei livelli di cortisolo. Ma non solo.

In pazienti ammalati di cancro si è rilevato un aumento delle cellule T e delle natural killer (NK), importantissime per contrastare tale patologia così come le infezioni virali, proprio grazie al ricorso alla terapia del sorriso. Una ricerca della Indian State University dal titolo “L’effetto della risata sullo stress e la citotossicità della cellula natural killer” conferma l’incremento dell’attività delle “cellule assassine” in seguito ai miglioramenti dell’umore. Tant’è che in Sudafrica, ad esempio, negli ospedali esistono appositi reparti per i malati di cancro dove si applica la terapia del riso.

Un altro uso che si va diffondendo, oltre quello di aiuto nei reparti pediatrici, è la cosiddetta “comicoterapia in sala d’aspetto”, che è in grado di dissolvere la tensione e la paura in pazienti in attesa di esami diagnostici invasivi, che ho potuto sperimentare già qualche anno fa insieme a mio figlio, presso l’istituto Ospedaliero per l’infanzia Mayer di Firenze.

Un’ultima interessante applicazione di questa cura e attività di prevenzione è quella delle malattie cardiovascolari. Infatti uno studio condotto a Baltimora dall’Università del Maryland e presentato a Orlando in Florida all’inizio del 2005, in occasione del convegno annuale dell’American College of Cardiology, uno degli appuntamenti abituali più importanti per i cardiologi di tutto il mondo, ha comprovato che la risata è in grado di aumentare l’espansione del rivestimento interno dei vasi sanguigni (endotelio) esattamente come succede con l’esercizio fisico.

In questo modo si attua una prevenzione dell’aterosclerosi e si riducono i rischi di infarto e ictus. La dilatazione è stata comprovata misurando con gli ultrasuoni il flusso del sangue nell’arteria del braccio di venti volontari sottoposti alla visione di un film comico.

Concludendo, dopo queste informazioni, se fate parte di quel gruppo dell’umanità grigio e accigliato, che corre incazzato perenne, da una parte all’altra della città auto-avvelenati da una seriosità spesso e volentieri ingiustificata, sapete d’ora in poi che potete fare qualcosa per la vostra salute, per esempio creandosi più spesso le condizioni per ridere con più gusto e maggiore consapevolezza.
E se qualche volta vi capita di incontrare qualcuno che non sa più ridere o sorridere, siate generosi, regalategli la vostra gioia di vivere, perchè non ce nessuno che ha maggior bisogno di farsi una risata o di sorridere quanto colui che non è abituato a farlo.

Bevo caffè e leggo poesie…

E’ notte, bevo caffè e leggo poesie……mi fa piacere condividerne
una che amo particolarmente con voi:   

La meditazione

La nostra paura più profonda
non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda,
è di essere potenti oltre ogni limite.
E’ la nostra luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più.
Ci domandiamo:
” Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso? “

In realtà chi sei tu per NON esserlo?
Siamo figli di Dio.
Il nostro giocare in piccolo,
non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato
nello sminuire se stessi cosicchè gli altri
non si sentano insicuri intorno a noi.
Siamo tutti nati per risplendere,
come fanno i bambini.

Siamo nati per rendere manifesta
la gloria di Dio che è dentro di noi.
Non solo in alcuni di noi:
è in ognuno di noi.

E quando permettiamo alla nostra luce
di risplendere, inconsapevolmente diamo
agli altri la possibilità di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.

Nelson Mandela

Soggetti difficili? (1° parte)

A tutti noi è capitato di lavorare con persone dal carattere difficile: capi, colleghi , segretarie, clienti, fornitori, etc.
Spesso queste persone sul lavoro ci rendono la “vita” complicata, a volte per fortuna dobbiamo averci a che fare per poco, altre volte invece siamo costretti a vederli ogni giorno.
Come ci comportiamo se il tipo difficile è una persona con cui lavoriamo tutto il giorno o da cui dipende il nostro lavoro?
Invece di pensare a mettere in preventivo una seduta settimanale dallo psicoterapeuta per una probabile depressione, con la conseguente assenza dal lavoro a suon di certificati medici, o di meditare un complotto per eliminare il soggetto in questione, proviamo a cercare di identificare  i tipi difficili e impariamo a trattare con loro.

Vi presento quelli che nel 1988 Robert Bramson, guru del management, identificò come persone difficili, se vi volete divertire a fare un gioco,  provate a riconoscere qualcuno tra i vostri amici e colleghi, o a riconoscere voi stessi in certi tipi di comportamenti:

L’Ostile, l’Aggressivo, Il Bellicoso, L’Offensivo

Hanno tutti in comune l’aggressività, sono persone che possono spaventarvi, allarmarvi, addirittura terrorizzarvi. Sono persone che puntano al controllo assoluto, proprio perchè la loro percezione è quella di non averne, essi si dividano in tre sottocategorie, ovvero: 

Il carro armato Sherman: Esce all’attacco in modo violento e brusco, cerca di intimidirvi, critica apertamente i vostri comportamenti, le vostre caratteristiche personali, vi bombarda con discussioni continue. Costui prova il forte bisogno di dimostrare a se stesso e agli altri che la propria visione del mondo è giusta. Dà valore all’agressività e alla sicurezza di sé e per questo tiene in poco conto le persone che ritiene privi di queste qualità.
In realtà la indossa soltanto la maschera della persona sicura, poichè sappiamo bene, chi è veramente sicuro di sé non ha bisogno di porsi verso gli altri in modo aggressivo (vedi anche argomento  Analisi Transazionale). 

Il Cecchino: E’ più raffinato, con questo non è detto che sia una persona di spiccate doti relazionali, ed è per questo che spesso nuoce a se stesso e a chi lo circonda. Dietro una facciata di amicizia vi dà addosso con attacchi gratuiti e insinuazioni, prese in giro poco divertenti e allusioni non tanto sottili. E’ una persona che ama parlare di voi in vostra assenza. Si ripara dietro le restrizione imposte dal vivere civile per creare una postazione sicura da cui sparare contro gli obiettivi della sua rabbia, invidia o frustrazione. I suoi attacchi verbali sono accompagnati da segnali non verbali di giocosità e amicizia, per questo qualsiasi ritorsione nei suoi confronti può essere interpretata da terzi come un atto aggressivo, come se il vostro fosse un attacco e non una difesa! Proprio come lo Sherman anche il Cecchino ha la convinzione  che mettere gli altri in cattiva luce faccia apparire sé migliore.

Il Detonatore: E’ caratterizzato da attacchi di rabbia che sembra controllare a malapena; questi accessi d’ira possono scaturire quando, durante conversazioni e discussioni che sembrano essere cominciate in tono amichevole, o su argomenti piacevoli, appena il detonatore si sente minacciato fisicamente o psicologicamente esplode. L’unico modo per disinnescarlo è spostare l’attenzione dall’oggetto che ha innescato la discussione a qualcosa di emotivamente più piacevole.
Esordendo per esempio con una frase del tipo:”Ti ricordi però di quella volta che…..” e magari associarlo a qualcosa di divertente o di semplicemente più simpatico in modo da diminuire l’energia del “Detonatore” che altrimenti rischia di autoalimentarsi fino ad esplodere. In Pnl questo metodo si chiama “Interruzione di modulo”.

La Lagna, Il Brontolone, Il Musone

La Lagna si lamenta di continuo ma non fa mai niente per cambiare le cose, ed ha una fisiologia decisamente poco energica accompagnata da gesti o parole di scocciatura. Questo tipo di soggetto spesso non ha valide ragioni per cui lamentarsi, né desidera trovare una soluzione al problema; semplicemente ha da ridire su quasi tutto. Le lagne si considerano come coloro che dettano le regole, perfetti, ma senza il potere di cambiare le cose. La devozione alle regole li rende molto sicuri su come dovrebbero andare le cose e qualsiasi deviazione dal percorso prestabilito ne scatena le lamentele; ciò li conferma del fatto che non hanno il controllo e non sono responsabili di quanto viene eseguito in modo sbagliato, riaffermando così il loro perfezionismo. Non cascate nel loro gioco alimentando le lamentele, ma anche qui spostare l’attenzione su ciò che di positivo gli circonda o hanno fatto può essere utile, anche perchè spesso ciò di cui hanno da lamentarsi non è davvero così importante.

L’Indifferente Silenzioso, L’Apatico

Assomiglia un pò ad un figlio adolescente. L’individuo silenzioso e non reattivo utilizza il silenzio come arma di difesa per evitare di scoprirsi, in modo da sfuggire ai rimproveri. Il silenzio aiuta a mascherare la paura o la rabbia covata oppure può indicare il rifiuto, indispettito, a cooperare. A causa della barriera comunicativa che innalzano può essere incredibilmente difficile trattare con questi soggetti. Chi mostra questo tipo di comportamento presenta solitamente manifestazione del linguaggio del corpo ben definite: fissa la gente, lancia occhiate a volte ostili, si acciglia, tiene le braccia conserte assumendo una posizione poco comoda. Se riuscite a far capire loro che non siete una minaccia ma semplicemente vi volete avvicinare al loro mondo stando dalla loro parte riuscirete a farveli amici.

(vedi letture)

continua….

Downshifting: “La carriera è acqua passata….”

 

 

Sentiamo parlare spesso di qualità della vita, e non si tratta più del possedere tanto denaro e dell’avere indiscriminato, forse la frenesia del nostro tempo ha bisogno di una filosofia contraria per continuare ad esistere, o forse l’uomo si sta lentamente risvegliando da un sonno ostile.

Dobbiamo davvero imparare di nuovo a perdere tempo, dopo aver fatto magari dei corsi per imparare a recuperarne? 
Siamo spesso affannati, divisi tra centomila impegni, con i minuti contati. Anche i rapporti tra le persone sono del tipo mordi e fuggi. Ma negli Stati Uniti, la parola d’ordine sta diventando “downshifting“, ovvero rallentare, rinunciare volontariamente a una parte di reddito in cambio di tempo per stare con se stessi, i figli, il partner, gli amici. C’è perfino un movimento, La semplicità volontaria, che propone libri, dibattiti, newsletter e gruppi di sostegno. Il suo motto? “Less is more”, di meno (meno lavoro, meno corse, meno debiti) e più tempo con chi si ama. Imparare a consumare di meno e in maniera più intelligente il primo passo.Lo stesso messaggio è lanciato dalla regina del talk show più seguito dagli americani, Oprah Winfrey, nel suo nuovo ma già popolarissimo mensile O. Oprah auspica il ritorno allo “spirito della famiglia”, perché se, vent’anni fa, erano i problemi economici la principale causa dei conflitti coniugali, oggi è la mancanza di momenti insieme. Il che coincide con quanto consiglia John D. Drake, psicologo e consulente aziendale, nel volume “How to work less and enjoy life more” (come lavorare meno e godersi di più la vita, ed. Berret-Koehler). È un manuale di self-help con un programma da realizzare attraverso piccoli e graduali cambiamenti. “Prima di tutto devi soppesare, valutare la tua esistenza, ascoltare il disagio, perché potresti scoprire che stai barattando il denaro con il tempo”, dice Drake. “Pochi si decidono a mettere in atto piccole strategie, del tipo: non lavorerò oltre le 17.30, né nel weekend. Finché un evento traumatico, come la richiesta di divorzio da parte del partner o problemi di salute, non impongono un brusco cambiamento di rotta. Pioniere del cambiamento fu Robert B. Reich, ministro del Lavoro durante la prima presidenza Clinton: scandalizzò molti, dimettendosi da quell’incarico tanto prestigioso per passare più tempo con la famiglia.
Personalmente ritengo che la qualità della vita sia la percezione che gli individui hanno della loro posizione nel contesto sociale e del sistema dei valori di appartenenza, in relazione ai loro obiettivi, alle loro aspettative e alle loro preoccupazioni.

Da segnalare il libro di Domenico De Masi, docente di Sociologia del lavoro all’Università La Sapienza di Roma e autore di “Ozio Creativo” (Rizzoli) per iniziare a muovere i primi passi verso questa direzione. Come sempre: “Buona lettura”